1.
Non è problema di pensiero
unico, è problema di leader unico e di forma partito che il leader unico oggi
propone o impone (come tu stesso accenni alla fine). Se il leader di centro
destra e quello di centro sinistra (come io credo) praticano un modello populista
della politica (il leader e il popolo, senza mediatori) i due partiti si
assomiglieranno sempre più nella forma dei comitati elettorali. Tra una
elezione e l’altra il partito ha funzione di sostegno e gran cassa in cui conta
solo il parere di maggioranza. Voglio dire: non c’è discussione che costruisce
una proposta, c’è la proposta del leader e la conta. Non perdo tempo a dire
quanto questo modello sia positivo (perché fa guadagnare voti trasversali) o
negativo (perché affida tutto alle capacità di una persona e azzera l
circolazione di idee e proposte). Mi limito a ricavarne una conseguenza che mi
tocca anche personalmente come cittadino elettore. Se, come io credo, il
partito non è più una collettività cui si appartiene perché se ne condividono i
valori fondanti e il programma fondamentale, allora lo si vota solo a due
condizioni: che ci si fidi della figura del leader di turno (qualche volta
indipendentemente dalle stesse opinioni e parole), o che ci si affidi al suo
programma perché ci convince. Se, come nel mio caso, c’è diffidenza nei
confronti del leader che considero un bravissimo venditore di se stesso molto
indifferente ai contenuti e alle parole che usa nella comunicazione (purché
siano efficaci) e non si condivide il suo programma liberista-populista, nasce
un problema per me inedito. Venendo meno il senso di appartenenza (anche per le
maggioranze vaiabili di cui parli tu, Paolo, tra lib e lab) e non condividendo
il programma, per la prima volta nella mia vita non riesco a votare il partito di cui pure ho la
tessera. Ti prego di credere che questo mi produce qualche problema di
coscienza, ma non riesco a sacrificare la coerenza alla coscienza (la
razionalità all’emotività).
2.
Sul sindacato, è ovvio che ci
sono tendenze innovative e conservatrici nel comportamento sindacale, da
sempre. È ovvio che spesso giochiamo solo e troppo in difesa. Ma, lasciami
dire, non si può irridere il sindacato di Di Vittorio, Lama, Trentin e Guido
Rossa per il ruolo che ha avuto nel progresso civile e democratico di questo
Paese. (Così come non può l’ultima arrivata dire che preferisce Fanfani a
Berlinguer perché lei è di Arezzo…). Il problema però non è che il leader
(eletto?) deve poter decidere, ci mancherebbe… e nessuno vuole esercitare il
diritto di veto. Il problema è che persino con Monti e Letta c’erano contatti
quotidiani (per capirsi o magari dissentire su questo o quel punto) che oggi
non ci sono con il Governo e il Partito di Renzi. Questa la considero una debolezza del “giovane leader” non
come lui vuol far credere una sua forza. E considero sbagliato anche sul piano
economico pensare che si possa avviare la crescita in un clima di
contrapposizione sociale. Spero che in Emilia il dialogo col sindacato continui
e che qualcuno ne spieghi i vantaggi al leader nazionale.
3.
Sul tema del lavoro un’ultima
breve considerazione. Tutti lavorano e tutti siamo uguali e degni di rispetto,
certo. Ma, attenzione: non siamo uguali per diritti, per condizioni di vita,
per come ci trattano in banca, per trattamenti pensionistici, per quanto
paghiamo o non paghiamo di fisco, per quanto siamo scolarizzati, per quante
aspettative possano avere i figli di un cassintegrato e quelli di un
imprenditore. Quindi non appiccichiamo anche un’ideologia egualitaria debole a
un partito che sta già rinunciando alla militanza (come tu giustamente dici).
Tutti appartengono al mondo del lavoro (imprenditori e lavoratori dipendenti) ma
le loro condizioni e i loro diritti vanno tutelati in maniera differenzata
altrimenti al populismo si aggiunge anche la demagogia. E poi, non fingiamo di
non vedere che il “caro leader” incontra molto spesso imprese e Confindustria,
molto più spesso (infinitamente più spesso) di quanto non incontri i vertici
sindacali. Fa bene a incontrare le imprese intendiamoci, fa male a non
incontrare i sindacati perché potrebbe capire un po’ meglio cosa sia il lavoro (e
l’assenza di lavoro) e questo farebbe bene al Paese.
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