sabato 15 novembre 2014

Qualche commento alle risposte di Paolo Calvano in attesa di una discussione vera tra PD e CGIL (almeno a Ferrara, almeno in Emilia, se non a Roma... prima che sia tardi)



 
1.     Non è problema di pensiero unico, è problema di leader unico e di forma partito che il leader unico oggi propone o impone (come tu stesso accenni alla fine). Se il leader di centro destra e quello di centro sinistra (come io credo) praticano un modello populista della politica (il leader e il popolo, senza mediatori) i due partiti si assomiglieranno sempre più nella forma dei comitati elettorali. Tra una elezione e l’altra il partito ha funzione di sostegno e gran cassa in cui conta solo il parere di maggioranza. Voglio dire: non c’è discussione che costruisce una proposta, c’è la proposta del leader e la conta. Non perdo tempo a dire quanto questo modello sia positivo (perché fa guadagnare voti trasversali) o negativo (perché affida tutto alle capacità di una persona e azzera l circolazione di idee e proposte). Mi limito a ricavarne una conseguenza che mi tocca anche personalmente come cittadino elettore. Se, come io credo, il partito non è più una collettività cui si appartiene perché se ne condividono i valori fondanti e il programma fondamentale, allora lo si vota solo a due condizioni: che ci si fidi della figura del leader di turno (qualche volta indipendentemente dalle stesse opinioni e parole), o che ci si affidi al suo programma perché ci convince. Se, come nel mio caso, c’è diffidenza nei confronti del leader che considero un bravissimo venditore di se stesso molto indifferente ai contenuti e alle parole che usa nella comunicazione (purché siano efficaci) e non si condivide il suo programma liberista-populista, nasce un problema per me inedito. Venendo meno il senso di appartenenza (anche per le maggioranze vaiabili di cui parli tu, Paolo, tra lib e lab) e non condividendo il programma, per la prima volta nella mia vita non riesco a  votare il partito di cui pure ho la tessera. Ti prego di credere che questo mi produce qualche problema di coscienza, ma non riesco a sacrificare la coerenza alla coscienza (la razionalità all’emotività).

2.     Sul sindacato, è ovvio che ci sono tendenze innovative e conservatrici nel comportamento sindacale, da sempre. È ovvio che spesso giochiamo solo e troppo in difesa. Ma, lasciami dire, non si può irridere il sindacato di Di Vittorio, Lama, Trentin e Guido Rossa per il ruolo che ha avuto nel progresso civile e democratico di questo Paese. (Così come non può l’ultima arrivata dire che preferisce Fanfani a Berlinguer perché lei è di Arezzo…). Il problema però non è che il leader (eletto?) deve poter decidere, ci mancherebbe… e nessuno vuole esercitare il diritto di veto. Il problema è che persino con Monti e Letta c’erano contatti quotidiani (per capirsi o magari dissentire su questo o quel punto) che oggi non ci sono con il Governo e il Partito di Renzi.  Questa la considero una debolezza del “giovane leader” non come lui vuol far credere una sua forza. E considero sbagliato anche sul piano economico pensare che si possa avviare la crescita in un clima di contrapposizione sociale. Spero che in Emilia il dialogo col sindacato continui e che qualcuno ne spieghi i vantaggi al leader nazionale.

3.     Sul tema del lavoro un’ultima breve considerazione. Tutti lavorano e tutti siamo uguali e degni di rispetto, certo. Ma, attenzione: non siamo uguali per diritti, per condizioni di vita, per come ci trattano in banca, per trattamenti pensionistici, per quanto paghiamo o non paghiamo di fisco, per quanto siamo scolarizzati, per quante aspettative possano avere i figli di un cassintegrato e quelli di un imprenditore. Quindi non appiccichiamo anche un’ideologia egualitaria debole a un partito che sta già rinunciando alla militanza (come tu giustamente dici). Tutti appartengono al mondo del lavoro (imprenditori e lavoratori dipendenti) ma le loro condizioni e i loro diritti vanno tutelati in maniera differenzata altrimenti al populismo si aggiunge anche la demagogia. E poi, non fingiamo di non vedere che il “caro leader” incontra molto spesso imprese e Confindustria, molto più spesso (infinitamente più spesso) di quanto non incontri i vertici sindacali. Fa bene a incontrare le imprese intendiamoci, fa male a non incontrare i sindacati perché potrebbe capire un po’ meglio cosa sia il lavoro (e l’assenza di lavoro) e questo farebbe bene al Paese.  

Nessun commento:

Posta un commento