domenica 16 novembre 2014

Ferrara, la piena del Po del 2000: cosa è cambiato e cosa no


Alcuni amici mi chiedono come sia andata la storia della piena del Po del 2000 e di quell'idea assurda di far saltare il ponte ferroviario con la dinamite. Così ho pensato di postare sul blog il capitolo sulla piena del mio libro "Mente Locale". Buona lettura.

3 L’antico fiume

       La prima emergenza reale nella quale mi sono imbattuto, da sindaco ancora apprendista, è stata la piena del Po nell’ottobre 2000. Il Po, come di- cono i sussidiari, nasce dal Monviso e sfocia, dopo 652 chilometri, nel mare Adriatico. Non dicono che in origine era un fiume che scorreva a livello della campagna e della mia città, inondandola con le sue acque almeno una volta l’anno (come il Nilo) e che nei secoli, a forza di alzare argini per contenerlo, è diventato un fiume pensile, anche perché nessuno lo scava più. Non tracima tutte le volte che piove o quando si sciolgono le nevi delle Alpi, però quando esonda lo fa cadendo dall’alto, da molti metri sopra il livello della mia città. Sul Padimetro inciso su una colonna di marmo del palazzo municipale sono segnate tutte le piene storiche e solo a guardarlo si capisce che il livello medio dell’acqua si è alzato costantemente nei secoli.
Le onde di piena più pericolose avvengono con le piogge primaverili che si sommano allo sciogli- mento delle nevi in montagna, ma anche quelle autunnali non scherzano. I vecchi ancora parlano delle piene più brutte e della famosa rotta del 1951, quando l’acqua ha invaso la campagna veneta fino alle porte di Rovigo. Raccontano storie più o meno veritiere sulle ronde armate che vigilavano tutta la notte su entrambi gli argini, per evitare che qual- cuno con un barchino e dei picconi, attraversasse il fiume per aprire un varco nell’argine opposto e salvare la propria casa, la famiglia, le bestie a scapi- to di chi viveva dall’altra parte del fiume. Rompere quell’enorme massa di terra, più alta e larga delle mura cittadine, sembra difficile, ma quando l’onda della piena preme sulle sponde basterebbe scavare un piccolo fosso o allargare una delle tante infiltrazioni (i fontanazzi) che si creano da sole sotto l’argine e che sbucano nel terreno come polle qualche decina di metri più dietro, per far smottare tutto in poche ore.
Mio nonno raccontava anche dell’aspetto buono del fiume. Quando si andava a fare il bagno sulle spiagge di sabbia dorata e si passava una domenica sotto i salici piangenti, che secondo la mitologia sa- rebbero le sorelle di Fetonte affrante per la morte del fratello fulminato da Giove mentre sorvolava l’Eridano con il carro del sole. Ai tempi di mio nonno, si lanciavano le sfide tra i giovani più coraggiosi: a chi riusciva ad attraversare il fiume a nuoto. Allora si pescava lo storione e si trovava ancora il caviale del Po. Lui raccontava di quando d’estate, con il fiume in secca, si riusciva ad andare a piedi fino all’altra riva, perché il Po è in realtà un gigantesco torrente che a volte si svuota quasi del tutto. Poi tornava a parlare della faccia più traditrice del fiume, con le buche nascoste e i vortici e i tanti annegamenti. E di quando, nel gelido inverno del 1929, si riusciva ad attraversarlo per intero camminando sul ghiaccio.
Adesso nel Po non ci sono più gli storioni: le sabbie sono di colore grigio scuro, sporche di idro- carburi, e l’acqua per essere bevuta deve essere filtrata e depurata a lungo dalle aziende idriche municipali. Nessuno va più a farci il bagno e in oltre cinquanta anni non ho mai visto galleggiare un solo pezzo di ghiaccio. Il Po negli ultimi decenni è diventato un’enorme cloaca che scarica in mare i reflui di tutte le città della Pianura padana, a co- minciare da Milano che non aveva nemmeno un depuratore fino al 2000 (la Milano “da bere”...). Nel Po finiscono i residui degli allevamenti di ma- iali della Via Emilia, quelli delle industrie del Nor- dovest, e le sostanze chimiche di un’agricoltura troppo industrializzata. I più ottimisti dicono che negli ultimi anni c’è stato un qualche miglioramen- to della qualità dell’acqua ma non sono in grado di confermarlo. Dal volo Venezia-Roma, quando l’aereo passa sopra le foci del Po, si continua a vedere una striscia di acqua gialla che entra per decine di chilometri nell’azzurro del mare Adriatico.
In quei giorni dell’ottobre 2000 il Po era soprattutto una gigantesca e spaventosa quantità di acqua sporca che passava rumorosa e veloce sotto i ponti: producendo rapide e mulinelli attorno ai pilastri, allagando le golene e il sistema di argini plurimi co- struito negli anni, premendo sulle rive dove la gente stava seria a osservare. Non c’era più niente di bucolico sotto i pioppi e fra i salici immersi nell’ac- qua fino ai rami. Trascinati dalla corrente galleg- giavano carcasse di animali, alberi divelti e detriti vari: bidoni, bombole, frigoriferi. Ricordo lo sforzo epico delle centinaia di persone della Protezione civile, dell’esercito e delle squadre di volontari che rinforzavano le sponde con sacchi pieni di sabbia, preparavano programmi di sgombero rapido e allestivano sedi di ricovero per eventuali sfollati nelle palestre e nelle scuole. L’attivismo frenetico dei soccorsi e la prudente rassegnazione degli anziani che stavano per ore, con i piedi vicino all’acqua e le braccia lungo i fianchi, a guardare se il livello del fiume cresceva ancora o se si era fermato.
In realtà di onde di piena ce ne sono state più di una e nessuno era in grado di prevedere quante ancora ne sarebbero arrivate. I danni maggiori agli argini, contrariamente a quello che si può imma- ginare, derivano proprio dall’alternarsi della pres- sione esercitata dall’acqua: quando la piena spinge
contro le pareti degli argini la terra tiene, ma poi frana quando è passata, viene portata via dal flusso e l’argine si assottiglia.
Tutto in realtà dipende dalle condizioni atmosferiche generali, non solo dalla pioggia e dal cattivo tempo in montagna, ma soprattutto dalle con- dizioni meteo che si registrano seicento chilometri più a valle. Se nell’Adriatico settentrionale soffia scirocco, a parità di altezza della piena, i sei rami del Delta del Po faticano a far defluire la grande quantità d’acqua: il fiume si gonfia di più e il rischio si moltiplica. Se invece il vento gira a tramontana o maestrale, la foce è in grado di lasciar passare grandi masse d’acqua senza troppi danni. Stando sulla riva del fiume, a sessanta chilometri dal mare, si può capire dalla velocità della corrente, che vento tira sul mare. In quei giorni, per fortuna, il vento soffiava da nord e la corrente si manteneva velocissima. Ma sarebbe bastato il passaggio di una perturbazione a cambiare tutto in poche ore. E l’emergenza della piena quella volta durò un’intera settimana.
I primi giorni ascoltavo i telegiornali che parlava- no di una forte crescita del livello del Po nelle zone di Parma e Reggio e dei provvedimenti di apertura dei bacini golenali decisi dal Magistrato del Po per contenere le acque della piena. La mattina e la sera passavo sull’argine, che è a quattro chilometri dal centro della città, per dare un’occhiata e parlare con quelli che stavano sulla riva. L’acqua arrivava a
un paio di metri sotto il ponte della strada statale n. 16, ma era molto più vicina al vecchio ponte in acciaio della ferrovia, che è più basso. La Protezione civile ci teneva informati costantemente: la situazione sembrava piuttosto difficile, ma sotto controllo. I vecchi sull’argine mi dicevano guardando l’acqua: “Sta già calando.”
Una mattina, durante una riunione in Regione a Bologna con altri amministratori, mi sono accorto dalle domande che mi facevano che erano più allarmati di quanto non lo fossi io. Mi chiesero di aggiornarli e riferii i rapporti della Protezione civile: monitoraggio continuo, l’onda di piena sarebbe passata in un paio di giorni, senza creare problemi gravi. Il presidente della Regione stava pensando di venire in città da noi a vedere di persona, perché era già stato a Parma e a Reggio e la situazione era “estremamente preoccupante”. Pensai che forse a Parma e Reggio erano meno abituati di noi alle piene del Po. Al presidente Errani risultava anche che il prefetto stesse convocando il Comitato provincia- le per la sicurezza per le prime ore del pomeriggio di quello stesso giorno. Mi confermai nell’impres- sione che stessero circolando valutazioni diverse da quelle della Protezione civile. Sarei comunque ritornato immediatamente in città dove avrei raccolto le rilevazioni più aggiornate.
In città, il prefetto mi informò che stava per ar- rivare, di lì a poco, il responsabile nazionale della Protezione civile perché il ministro dell’interno era “estremamente preoccupato” e bisognava decidere cosa fare. Chiamai la Protezione civile locale che mi fece un quadro molto più incerto del precedente. Feci qualche telefonata a Roma ai nostri parlamentari e venni a sapere che il ministro Bianco aveva firmato un decreto che autorizzava l’esercito a minare il ponte sulla ferrovia per quella sera stessa e che il Genio militare era pronto a far saltare l’intero ponte se l’onda di piena fosse arrivata a toccarne le strutture metalliche. La notizia mi colse di sorpresa e mi parve una grossa stupidaggine dalle conseguenze inimmaginabili. Il ponte è sulla linea ferroviaria Roma-Venezia: per non dire tra l’Italia e l’Europa dell’Est. In Italia per costruire un ponte ferroviario nuovo ci vogliono, tra progettazione e realizzazione, almeno tre anni, se tutto va bene. Inoltre il ponte è lungo 350 metri, interamente di acciaio, e pesa qualche migliaio di tonnellate. L’ipotesi di farlo saltare senza creare danni maggiori mi sembrava molto azzardata, quasi un non senso. Come poteva un ministro dell’interno decidere una cosa così grave senza interpellare le istituzioni locali? Forse gli bastava aver informato il prefetto e la Regione... ecco perché il presidente era così preoccupato: forse conosceva le decisioni del ministro dell’interno. E per lo stesso motivo la Protezione civile aveva cambiato atteggiamento in poche ore. Ero sconcertato e mi sentivo tagliato fuori. Credevo che il parere di un Comune potesse contare qualcosa almeno a Bologna in Regione, se non a Roma. Invece nessuno aveva interpellato i miei tecnici o l’ingegnere capo; e nemmeno mi avevano informato direttamente. Il ministro Bianco era stato sindaco di una città importante, ma evidentemente, da Roma, si era dimenticato delle autorità locali.
Arrivato in prefettura mi sono accorto con disappunto che c’erano già un centinaio di persone, forse più, in attesa del responsabile nazionale della Protezione civile per decidere il da farsi. Poco dopo è arrivato il presidente della Regione. Gli ho espresso i dubbi miei e dei miei dirigenti: far saltare il ponte era un’idiozia anche tecnica, perché l’enorme struttura metallica sarebbe ricaduta nell’acqua producendo davvero l’effetto diga che tutti volevano evitare. Lui ha cercato di rassicurarmi dicendo che il Genio militare avrebbe saputo mandare il ponte in frantumi. Ma non era un’ipotesi credibile. È seguito un colloquio teso in cui ho spiegato che non avrei firmato l’ordinanza di evacuazione degli abitanti di Pontelagoscuro (il quartiere della città più vicino al Po). Il presidente sosteneva che non avrei potuto non firmare se me lo avesse chiesto il prefetto. Io sono rimasto della mia opinione: po- teva firmare il prefetto, se era così sicuro di quello che stava facendo. Mi ripetevo: “Un sindaco deve rappresentare i suoi cittadini, specie nelle emergenze. Un sindaco non prende ordini né dal presidente della Regione né dal prefetto.” Ma era un azzardo perché, se ci fossero stati danni alle persone, la re-
sponsabilità sarebbe stata solo mia. Con il presidente ci siamo lasciati così, con reciproca diffidenza. Fino a che il prefetto ha avviato la riunione in attesa dell’arrivo del responsabile della Protezione civile il cui elicottero era in ritardo. Ci siamo seduti: tecnici, politici, rappresentanti delle forze di polizia, vigili del fuoco, vigili urbani, Protezione civile, volontari, magistrato del Po, sindaci, presidenti della Provincia e della Regione, tutti attorno a un tavolo. Ciascuno con una sua idea e una sua competenza parziale. Senza che si capisse chi aveva il potere di decidere. Troppi per prendere decisioni difficili.
Non ho niente contro le riunioni numerose (da sindacalista ne ho fatte centinaia, e burrascose), ma quel pomeriggio, l’improvvisazione, il pressappochismo e l’ansia di protagonismo che vedevo intor- no al tavolo mi parevano insopportabili e pericolosi per i cittadini.
Il rappresentante del Magistrato del Po, che avrebbe dovuto fornire informazioni precise sulla piena, parlava a lungo. Quando l’ho interrotto chiedendo se era in grado di fare una stima precisa sull’altezza dell’onda di piena al ponte della ferrovia, lui ha descritto le strettoie che ci sono nell’alveo e i dislivelli di profondità, per cui l’onda probabilmente si sarebbe alzata nel tratto tra il ponte dell’autostrada e quello della ferrovia ed era possibile che il colmo fosse più alto qui da noi di quello misurato a monte dell’autostrada. “Più alto di quanto?” E lui ha risposto: “Abbiamo due modelli matematici che stanno trattando i dati. Il primo modello dice che la piena arriverà un metro sotto la putrella più bassa del ponte della ferrovia. Dal secondo risulta invece che l’acqua supererà la putrella di un metro e trenta centimetri.” “Se faceva testa o croce era lo stesso e si risparmiava i modelli matematici... è con queste stime che avete deciso di minare il ponte?” ho detto guardando il prefetto e il presidente della Regione. Sarebbe stato più onesto da parte del Magistrato ammettere che non lo sapeva. Invece ha voluto fingere di essere dotato di chissà quali tecnologie, accrescendo la preoccupazione dei presenti e avallando le peggiori ipotesi.
Ho chiesto al prefetto se potevamo vederci un attimo in pochi, che in gergo sindacale si direbbe “fare una ristretta”. Il prefetto ha accettato e ha invitato il presidente della Provincia (il Po corre lungo tutto il territorio provinciale, sul confine del Veneto, per circa cento chilometri), il presidente della Regione, il sindaco della città, e pochissimi altri nella vicina “sala del biliardo”, dove da molti decenni, forse da prima della guerra, c’è un biliardo coperto con un damasco verde, impolverato e consunto, su cui nessuno gioca.
In piedi, appoggiati al biliardo, riprendiamo a scambiarci pareri e opinioni diverse, senza fare passi avanti.
Il Magistrato del Po che non ha informazioni precise, il ministro dell’interno che ha già deciso di
far saltare il ponte, la Protezione civile che cambia parere in poche ore, proprio mentre l’acqua sta ca- lando... Dico al prefetto che non si possono evacuare migliaia di anziani senza la certezza che sia in- dispensabile. Il prefetto teme un conflitto interistituzionale e risponde che non si può non applicare un decreto del ministro. Il presidente della Regione dà ragione al prefetto ma cerca di tener conto an- che delle mie obiezioni: governativo e paternalista insieme.
Mentre siamo lì a rimpallarci gli argomenti e verificare che non ci sono molti spazi di mediazione, si sente bussare alla porta. Nessuno risponde, la porta si apre e si affaccia un signore che dice: “È qui la riunione ristretta delle autorità?” Era il capo del dipartimento delle Ferrovie dello Stato con competenza sul Nord Italia. Il prefetto lo fa entrare. Quel signore, molto gentilmente si informa della situazione e delle posizioni in campo e poi dice: “E se noi fossimo in grado di alzare il ponte di oltre un metro? Voi lo fareste saltare lo stesso?” Per un attimo abbiamo pensato di avere a che fare con un pazzo: ce n’è sempre uno che si intrufola anche nelle situazioni più controllate. Invece lui continua: “Se voi mi autorizzate, faccio venire le squadre speciali con due convogli da Ancona e da Verona. In quattro ore sono qui. A mezzanotte cominciamo a segare i montanti d’acciaio delle campate centrali, inseriamo i martinetti idraulici e solleviamo il ponte. Quando arriva la piena, il ponte è più alto di almeno 70 centimetri. Poi possiamo continuare ad alzarlo, se necessario, fino a 130 centimetri. Passata la piena, togliamo i martinetti e saldiamo di nuovo le strutture. Domani a quest’ora il ponte è già tornato nella sua sede e possiamo far passare di nuovo i treni. Come si fa, signor prefetto, a far saltare un ponte così bello?” Tutti restiamo, increduli, in silenzio. L’uomo delle Ferrovie si avvicina, mi sorride e sussurra: “È lei il sindaco? Le porto i saluti di Mauro Moretti, il mio capo.” Allora sorrido anche io, finalmente. Moretti, uno dei massimi dirigenti delle Ferrovie italiane, conosciuto quando anche lui lavorava nel sindacato, è un ingegnere molto professionale: spigoloso ma affidabile.
Dopo qualche domanda tecnica cui l’ingegnere risponde in maniera impeccabile, il prefetto prende atto che c’è una novità importante e dice che bisogna parlarne al responsabile della Protezione civile, appena arriva. Il presidente della Regione fa capire che lui è sempre stato contro l’idea di far saltare il ponte ed è favorevole al sollevamento con i martinetti (senza evacuazione degli abitanti di Ponte- lagoscuro). La riunione ristretta si scioglie. Io corro a telefonare agli assessori e ai dirigenti, riuniti in permanenza nel mio ufficio, per avvertirli della novità ma decidiamo di tenere comunque allertati i volontari per eventuali ricoveri notturni. Intanto arriva il responsabile della Protezione civile con il decreto per far saltare il ponte. Non saluta nessuno. Il presidente della Regione lo prende sotto braccio e lo porta in una stanzetta con il prefetto. Mi lasciano fuori: mi pare non sia istituzionalmente corretto. Ne approfitto per parlare con l’ingegnere delle Ferrovie. “È sicuro di fare in tempo? Perché quelli del Magistrato del Po non sanno assolutamente a che ora arriva la piena e neppure quanto sarà alta.” “Se mi fanno partire subito, sì. E poi, sindaco, non c’è mica bisogno che lo tiriamo davvero su di un metro questo ponte, no? Basta far vedere che lo solleviamo...” Gli rispondo che invece lo dobbiamo proprio alzare di un metro perché se succederà qualcosa di storto ci andremo di mezzo noi. Mi preoccupo che abbia davvero gli uomini per fare un lavoro così complicato. “Ce li ho, stia tranquillo: so come vanno queste cose e i convogli li ho già fatti partire per guadagnare tempo, saranno qui fra un paio d’ore.”
Quando escono dall’ufficio in cui si sono rinchiusi, il responsabile della Protezione civile ha un’aria strana, quasi corrucciata. Spiega che dal ministero dell’interno avevano chiamato quella mattina le Ferrovie per capire se si poteva fare qualcosa e gli avevano detto che non si poteva far niente. L’ingegnere gli risponde che forse non avevano parlato con la persona giusta e che lui aveva ricevu- to disposizioni precise dall’ingegner Moretti. Alla fine il responsabile della Protezione civile dà il suo consenso al sollevamento del ponte e riparte con il decreto del ministro che gli sbuca dalla tasca. Ho evitato di salutarlo. Mi sembrava inconcepibile! A Roma chiamano al telefono le Ferrovie, parlano con la persona sbagliata e il ministro dell’interno decide di far saltare un ponte ferroviario con la dinamite... E in ogni caso, la Protezione civile dovrebbe avere l’obbligo di concordare le decisioni con le realtà locali, o almeno di confrontarsi prima di decidere: non può avere un potere extraterritoriale assoluto. Altrimenti rischia di commettere errori grossolani.
Poi l’assembramento si scioglie e l’ingegnere delle Ferrovie si attiva. Io vado alla televisione locale a informare che il pericolo sussisteva ancora ma che non avremmo evacuato nessuno e che eravamo in attesa di personale specializzato delle Ferrovie per tentare di fronteggiare la piena senza far saltare nulla. In tarda serata ho visitato le strutture di emergenza e ricovero che erano state approntate dai volontari ringraziandoli di quei giorni di lavoro senza sosta.
Erano ormai le undici di sera quando sono andato con mia moglie Eileen a vedere cosa stava succedendo sul ponte della ferrovia. L’argine era gremito. Ci siamo incamminati sull’erba in mezzo alla gente per raggiungere i binari, passando vicino alle sagome scure di vecchi silos. Le fotoelettriche illuminavano a giorno solo il ponte. Molti giornalisti, molte televisioni: la polizia che teneva lontani i curiosi. Sul ponte squadre di operai stavano effettivamente segando i montanti delle grandi campate per potervi infilare sotto grossi martinetti e alzarle. Incrociamo l’ingegnere delle Ferrovie, preoccupato ma contento del lavoro che stavano facendo. E ne aveva motivo perché i suoi uomini erano all’opera da ore in condizioni rischiose, immersi nella corrente fino alla cintola. Ogni volta che l’acqua trascinava sotto il ponte il relitto di un albero, tutta la struttura metallica cominciava a vibrare sinistramente e a me veniva in mente l’episodio della Chiave a stella in cui il ponte d’acciaio appena costruito inizia a oscillare sempre più fino a distruggersi completamente.
Verso le due del mattino, messi i martinetti, il ponte ha cominciato a sollevarsi nella parte centrale del fiume. L’ingegnere si è avvicinato porgendomi il telefonino: “È il mio capo, vuole parlarle.” “Certo che vi stiamo facendo un bel favore!” mi ha detto Moretti, e io, di rimando: “Certo che vi stiamo fa- cendo una bella pubblicità! Chi parlerà male delle Ferrovie italiane d’ora in poi?” E infatti l’opera- zione di sollevamento del ponte è stata ripresa da molte televisioni europee e americane e l’ingegnere delle Ferrovie (che si chiamava Bianco, come il ministro) ha ricevuto un premio dal presidente Ciam- pi per quest’operazione straordinaria. Oltre alla nostra riconoscenza.
Alcuni giorni dopo, quando abbiamo sorvolato il corso del Po fino al mare su un elicottero dell’Ae- ronautica militare della base di Poggiorenatico, ci siamo accorti con tutta evidenza che l’argine veneto del fiume è ovunque più basso di almeno un metro di quello emiliano. Si vedeva benissimo perché il livello dell’acqua di là scorreva accanto al bordo del terrapieno e di qua da noi, invece, ben al di sotto. Non mi risulta che la situazione sia cambiata negli ultimi dieci anni. La settimana successiva il ministro dell’interno Bianco è venuto a incontrare le istituzioni per fare un bilancio della vicenda. Quando ho detto che non si poteva far sempre affidamento sulla velocità della corrente, che bisognava lavorare subito per prevenire nuove emergenze – scavare il fiume, specie alla foce, pareggiare gli argini, alzare i ponti troppo bassi e non bombardare quelli che ci sono –, il ministro ha finto di non capire, o forse non ha ascoltato.

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