mercoledì 12 novembre 2014

Anche per il sindacato l'innovazione è necessaria


Le due più importanti teorie scientifiche del ‘900, la relatività generale e la meccanica quantistica, che hanno dimostrato ciascuna di funzionare bene e hanno cambiato il nostro modo di vivere “non possono essere entrambe giuste, almeno nella loro forma attuale, perché si contraddicono l’un l’altra” (Carlo Rovelli, Sette lezioni di fisica, Adelphi 2014). I migliori fisici teorici sparsi per il mondo stanno tentando di risolvere la schizofrenia, pensando che forse siamo noi a percepire come diverse espressioni di un’unica realtà. Se riusciranno, produrranno una nuova sintesi (equazioni che soddisfino entrambe), come spesso è accaduto nella storia della scienza. Ciò farà fare un salto in avanti alla nostra comprensione del mondo e al nostro modo di starci.
La cultura sindacale dominante (si parva licet…) percepisce come esperienze separate fra loro la contrattazione di secondo livello, la contrattazione sociale territoriale, la politica per l’occupazione e l’innovazione (il Piano del Lavoro). In questo caso non si può nemmeno dire che le tre esperienze diverse funzionino benissimo: la contrattazione sui luoghi di lavoro è spesso difensiva, magra di risultati e non include tutti i tipi di lavoro presenti, quella territoriale distribuisce briciole di welfare aggiuntivo a chi è già rappresentato, il Piano del Lavoro produce per di più convegni.  Verrebbe di pensare, per analogia, non sarà mica che sbagliamo noi nel considerare diverse e nel praticare separatamente iniziative contrattuali che invece dovrebbero essere ideate e attuate come un tutt’uno?
Proviamo a fare un esempio. Se la contrattazione aziendale produce (sono casi numerosi e documentati) servizi di welfare privato per i lavoratori e le loro famiglie non integrato con il welfare di comunità, se la contrattazione territoriale quegli stessi servizi non riesce a generalizzarli a tutte le famiglie, se il Piano del Lavoro non riesce a coniugare il nuovo welfare di comunità con nuove occasioni di lavoro è solo un problema di scarsità delle risorse impiegabili o non sarà per caso che la nostra attività separata ci porta a chiedere in luoghi diversi e in modi differenti le stesse cose? Non sarebbe per caso più utile una contrattazione che riunisse le imprese del territoro (indipendentemente dal settore) disponibili a finanziare welfare e concordasse con loro e con i Comuni di riferimento una rete di servizi (pubblici e privati) integrativa e universale (a parità di risorse) con creazione di occupazione aggiuntiva che il Comune per legge non può fare?
Certo, retribuzione, orari di lavoro, inquadramento, è difficile pensare di contrattarli al di fuori dei luoghi specifici di lavoro. Ma è poi così vero? E quelle figure precarie che passano da un luogo di lavoro all’altro, e le finte attività professionali e quelli che non ce l’hanno il lavoro? Pensiamo alla figura ormai indispensabile delle “badanti”. Non sarebbe serio che si tentasse di definire territorialmente bisogni della cittadinanza, prestazioni, contenuti professionali, retribuzioni e orari di queste figure essenziali per l’assistenza agli anziani non autosufficienti e alle loro famiglie e si chiedesse a Comuni e imprese un impegno non solo finanziario? Non sarebbe anche questa una quota di reddito reale, tempo fruibile e certezza in più per le famiglie che ne hanno bisogno?
Analogamente si potrebbe ragionare per i trasporti pubblici locali: discutere insieme bisogni, linee da attivare (o disattivare), premi di contenimento dell’uso dell’auto privata, incentivi al mezzo pubblico, contributo aziendale. Anche questo un risparmio importante sulla busta paga e persino un beneficio ambientale oltre che l’occasione di aumentare il lavoro nel settore dei trasporti. Si potrebbero fare altri esempi (sulle emissioni, l’ambiente. i rifiuti e l’energia, ad esempio) ma ci fermiamo qui per svolgere un’altra considerazione conseguente all’idea di “unificazione” delle modalità contrattuali.
Se dovessimo convenire che le distanze tra le tre forme di contrattazione classiche del sindacato a livello territoriale (aziendale, sociale, delle politiche economiche) non sono poi così nettamente separabili fra loro, dovremmo dedurne che la struttura sindacale che conosciamo e la rappresentatività che è in grado di esporre non sono le più adatte alla nuova contrattazione per il lavoro (nella crisi e forse anche oltre). Certo non sarebbero sufficienti RSU con competenza prevalentemente interna ai luoghi di lavoro, per quanto rinnovate e rappresentative, senza una loro proiezione sul territorio. E nemmeno la confederalità come mero coordinamento “politico” delle categorie potrebbe funzionare. Per non dire del numero (forse eccessivo perché ritagliato sulle differenze di settore piuttosto che non sulle tipologie di lavoro) delle categorie stesse. Insomma, se dovessimo interpretare e sperimentare una forma integrata e unitaria di contrattazione delle condizioni di lavoro-cittadinanza per creare nuova occupazione e tutelarla sarebbe necessario cambiare la cassetta degli attrezzi certamente e forse anche la forma della struttura sindacale che dovesse esercitare la nuova contrattazione.
Anche l’innovazione organizzativa del sindacato va progettata per essere più rappresentativi e più efficaci.
Solo una riflessione.

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